ROGER McGUINN, JUX TAP, SARZANA, 26/4/2001

 

Una tiepida serata primaverile ha accolto una delle leggende del rock americano. Roger McGuinn, membro fondatore e leader dei mitici Byrds, si è esibito in versione solista in un Jux Tap mai visto così stipato. Oltre alle solite facce degli appassionati che seguono più o meno regolarmente la programmazione live di questo bel locale della Liguria meridionale facilmente raggiungibile anche dalla Toscana, stavolta in mezzo al pubblico si notavano i volti sconosciuti richiamati dall’importanza dell’evento, perché di evento si è trattato.

Mister McGuinn è salito sul palco intorno alle dieci e trenta in jeans e giacca di pelle nera, il volto fresco e sorridente di chi è soddisfatto della vita incorniciato da un pizzetto biondo come i capelli, ha imbracciato una chitarra elettrica e ha attaccato "King of the hill", un pezzo della sua più recente produzione (anche se risale al ’91) composto insieme a Tom Petty. Il brano scivola via che è un piacere ma col secondo brano siamo già alle stelle.

Le note di "My back pages" di Dylan si librano nell’aria ed il pubblico si spella subito le mani, la canzone proviene da "Younger than yesterday" dei Byrds (1967), la versione è fedele all’originale ed è interpretata con voce immutata e caratteristica. Grande musica.

Dopo due brani interlocutori, un blues di Leadbelly ed una nuova composizione scritta insieme a Pete Seeger, è la volta di un altro classico, l’introduzione parlata lì per lì coglie la platea di sorpresa ma nel momento in cui McGuinn inizia a cantare la strofa i battimani si sprecano, "Chestnut mare" rifulge in tutta la sua straordinaria bellezza rimanendo un brano epocale a trent’anni dalla sua uscita. Il nostro apprezza la soddisfazione della platea e non risparmia certo sorrisi e ringraziamenti, sembra di trovarsi di fronte ad un giovane artista emergente pieno di entusiasmo e non certo davanti ad un mostro sacro della nostra musica.

Dopo che gli applausi e le grida di giubilo si sono quietate Roger McGuinn presenta il pezzo successivo facendo riferimento a Peter Fonda e ad "Easy rider" quindi attacca il jingle-jangle inconfondibile della sua 12-corde e nell’aria si spande la struggente melodia di "Ballad of easy rider", la canzone sfuma dolcemente in "Wasn’t born to follow" cosicché ci tornano alla mente le immagini memorabili di quel capolavoro della cinematografia che è stato "Easy rider", il padre di tutti i road – movies.

Da un classico all’altro, "Mr. Spaceman" è elettrica, folkeggiante con un giro di chitarra quasi country e questo serve a prepararci al primo brano country-rock della storia: la versione di "You ain’t goin’ nowhere" è grandissima, il disco che la conteneva, "Sweetheart of the rodeo" del 1968 è uno dei dischi più amati in assoluto dal sottoscritto. Ancora un altro brano country fa la felicità dei presenti, si tratta infatti di "Drug store truck driving man" che il nostro canta a voce spiegata. Il pubblico è in fibrillazione, applausi, fischi di approvazione, urlacci da honkytonk bar risuonano per tutto il locale, qualcuno con la voce più potente degli altri fa una richiesta e viene subito accontentato.

"Goin’ back" è un dei momenti più alti dell’intero concerto, la melodia è sublime, l’accompagnamento elettrico riporta ai magici anni sessanta, la voce è sempre splendida e commovente, per niente invecchiata. Finito il brano McGuinn annuncia la sua Dylan-song preferita e senza porre indugi comincia ad eseguire "Chimes of freedom" con la chitarra elettrica che ricama sotto la voce. Ancora una volta viene giù il locale.

"The bells of Rhymney" sta fra due brani interlocutori, ma la voce sinuosa e stentorea dell’ex leader dei Byrds ci riporta a un altro dei brani epocali degli anni sessanta, a metà del pezzo il nostro si produce in un assolo da applausi e nel finale i suoi vocalizzi ci fanno capire come sia ancora oggi un grande cantante. Decide poi di interpretare un altro classico del primo periodo Byrds, una delle loro canzoni più belle, composta dallo scomparso Gene Clark; la freschezza e l’attualità di "I’ll feel a whole lot better" è tale che non si riesce a far star fermo il piedino. Da questa si passa alla dolce e malinconica "He was a friend of mine", i classici si susseguono senza interruzione e si capisce che il concerto sta giungendo al suo climax.

Le note del brano manifesto dei Byrds fuoriescono lentamente dagli amplificatori, il pubblico le riconosce ed il Jux Tap esplode, "Mr. Tambourine man" è elettrica, più lenta dell’originale, ma assolutamente eccezionale. La canzone è mitica, niente da dire, e il nostro fa cantare il ritornello a tutti quanti. L’emozione è palpabile e autentica. Ho visto un amico dai capelli spruzzati di grigio stropicciarsi gli occhi e non credo che fosse per il fumo delle sigarette. Alla fine il pubblico è in delirio, in piedi ad applaudire. McGuinn risponde agli applausi applaudendo a sua volta la platea. Non appena la confusione scema la chitarra elettrica compone gli accordi di "Turn!Turn!Turn!", anche questa viene eseguita leggermente più lenta della versione originale ma la voce splendida e l’assolo di chitarra le conferiscono un grande pathos e non si può fare a meno di pensare a cosa dovevano essere tutti insieme con Crosby e Hillman e prepotente viene fuori la voglia di una reunion coi vecchi pards.

La grande capacità sullo strumento di Roger McGuinn è ampiamente dimostrata da un virtuosismo strumentale a metà tra Coltrane, Shankar e Segovia che introduce il brano più psichedelico dei Byrds, la meravigliosa "Eight miles high", fra un cantato e l’altro il nostro si produce in lunghi assoli con la Rickenbacker a 12 corde che fanno davvero volare "otto miglia in alto". L’apoteosi è totale e in mezzo al frastuono McGuinn lascia il palco. Dopo alcuni minuti ritorna per i bis e immediatamente chiede al pubblico di gridare, la risposta degli astanti lo soddisfa ed attacca l’inconfondibile riff di "So you want to be a rock ‘n’ roll star", ad un suo cenno la platea grida così da ricreare l’effetto della versione originale su disco. Il pezzo è breve ma di grande presa e si chiude fra applausi e grida festanti. L’atmosfera si smorza un po’ col brano successivo, l’acustica "Light of the darkness", e col suo andamento sincopato che ricorda certe cose del inglese. A seguire viene proposta la tenue e delicata "We’ll meet again" e dopo grande richiesta del pubblico finalmente viene eseguita a voce spiegata la splendida "Fifth dimension". Ancora una volta il nostro abbandona il palcoscenico fra gli applausi e le manifestazioni di giubilo, il pubblico lo reclama a gran voce ma stavolta è davvero finita, le luci in sala si riaccendono e dagli altoparlanti torna a cantare Van Morrison. Usciamo nel parcheggio nell’aria fresca e piacevole della notte convinti di aver assistito allo splendido spettacolo di uno dei grandi della nostra musica. (A.M.)

 

 

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