JOHNNY CASH (1932 – 2003)

 

Lo scorso 12 Settembre si è spento al Baptist Hospital di Nashville, Tennessee, dove era ricoverato il grande Johnny Cash, una delle leggende viventi della musica popolare degli ultimi cinquant’anni. Un musicista che ha inventato un suono nell’ambito della musica country americana, il celeberrimo boom-chicka-boom, rifiutando sempre di avvalersi di quello che è uno degli strumenti principe di quel genere musicale che giudicava troppo poco adatto al suo stile, la steel guitar. Un musicista, ma soprattutto un cantante dotato di un timbro vocale profondo, grave, che sapeva scavare i più oscuri recessi dell’animo umano ma anche cantare le più nobili gioie della vita.

Johnny Cash è stato uno degli originali. E’ nato con la musica che amiamo, anzi di più, ha contribuito ha darle la vita, insieme a Elvis, a Jerry Lee Lewis, a Roy Orbison, a Carl Perkins. Nei mitici studi Sun a Memphis ha inciso brani epocali come "Ring of fire", "I walk the line" ma soprattutto quello che per me e per molti altri è il suo capolavoro, "Folsom Prison blues".

Si è sempre saputo rinnovare ed ha sempre avuto dentro di sé una vena di irrequietezza che lo ha portato comunque un passo più in là del resto del gruppo pur riuscendo a non farsi mai cacciar fuori dall’establishment. Quell’establishment che bene o male lo ha sempre sopportato perché Johnny tuttavia sapeva smuovere con le sue canzoni la coscienza dell’americano medio.

Johnny Cash incideva per la Columbia, è vero, ma è stato il primo a proporre dei dischi a tema, i famosi concept album, in un ambito, quello del country, piuttosto tradizionalista e conservatore. Mi riferisco a lavori quali "Ride this train" del 1960 oppure a "Story songs of the trains and rivers" (1969) così come a "Ballads of the true west" del 1965 nei quali affronta attraverso le canzoni l’importanza che la ferrovia e i grandi corsi d’acqua hanno avuto per lo sviluppo del continente americano oppure come recita il titolo dell’ultimo album citato in cui si cimenta con il recupero delle ballate del vecchio West. Ma il concept album più avanti di tutti sia come concezione musicale che soprattutto come concezione politica è stato senza ombra di dubbio "Bitter tears: Ballads of the American Indians" messo sul mercato nel lontano 1964 progenitore di tutti i dischi di John Trudell e opera di grande spessore eversivo se pensiamo che veniva pubblicata da una star della country music nella prima metà degli anni ’60.

Cash infatti è sempre stato gradito agli ambienti e ai personaggi legati alla controcultura qualunque essi fossero ed a qualunque periodo abbiano fatto riferimento negli ultimi quarant’anni.

"L’uomo in nero", così veniva chiamato per il suo carismatico modo di vestire che anche dal punto di vista visivo ne aveva fatto una vera e propria icona, pur essendo una persona di grande fede e legatissima alla propria famiglia ha sempre affascinato generazioni di musicisti e di fans tanto più lontani da lui col solo potere della sua grande musica. Non bisogna dimenticare però che lo stesso uomo che ha sempre ringraziato Dio sulle copertine dei propri dischi ha composto un testo che dice pari pari "I shot a man in Reno / Just to watch him die" ("Ho sparato a un uomo a Reno / Solo per guardarlo morire"). Roba da "Assassini Nati".

Quando Dylan lo chiamò a duettare in "Girl from the north country" sul suo album country "Nashville skyline" (1969), inciso nella capitale del Tennessee appunto, molti aficionados del menestrello di Duluth storsero la bocca e così fece anche buona parte della critica del tempo senza rendersi conto entrambi di quanto ancora una volta il grande Bob avesse colpito nel segno. L’album si apre proprio con questo pezzo meraviglioso in cui la voce profonda e baritonale di Cash si integra a meraviglia con quella più dolce di Dylan, per un po’ i due si dividono le strofe alternandosi alla voce solista poi uniscono le loro ugole sublimi e cantano all’unisono il resto del brano accompagnati sempre dalla solita squisita chitarra acustica. 3’38" di grande musica, due voci e una chitarra, ma che voci!, ti viene voglia di prendere e buttare di sotto dalla finestra tutti i dischi dei Genesis, degli Yes, degli Emerson, Lake & Palmer e di tutti i vari countrymen con lo Stetson inamidato di cui ho pieni gli scaffali. ‘Fanculo tutti! Questa canzone da sola vale più di tutti i loro album messi insieme!!

Johnny Cash fu anche il primo a decidere di fare dei concerti nelle carceri, e di inciderli anche. Ne vennero fuori album di importanza epocale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista musicale.

La prima visita fu al carcere di massima sicurezza di Folsom in California. Il 13 gennaio 1968 davanti ad un pubblico di duemila detenuti, sorvegliati naturalmente da guardie ben armate, Cash dette vita ad un’esibizione scintillante, una delle migliori della sua carriera, che fu immortalata prima in uno storico LP pubblicato lo stesso anno e poi riedito in cd, "At Folsom Prison", rimasterizzato e con diversi brani aggiunti. E’ suggestivo sentire il boato del pubblico dei galeotti quando dopo le presentazioni di rito il nostro dà il via allo spettacolo proprio con "Folsom Prison blues" e da rimarcare il fatto che alla fine dello spettacolo interpreta un brano composto da tale Glen Sherley, detenuto proprio a Folsom, "Greystone Chapel". Johnny non andò solo ma si fece accompagnare da tutto quanto il suo entourage che comprendeva il produttore Bob Johnston, sua moglie June Carter, fresca sposa, che salì con lui sul palco per interpretare un paio di brani e la sua band al completo, vale a dire i fratelli Luther & Carl Perkins (sì, proprio quello che aveva scritto "Blue suede shoes") alle chitarre, Marshall Grant al basso e W.S. Holland alla batteria. Insieme a costoro non si devono dimenticare gli Statler Brothers e la Carter Family che fornivano le parti vocali. Insomma un bel gruppo per un concerto di beneficenza in un carcere.

Un anno dopo Johnny ci riprovò. E fu un altro successo. Di prestigio. Di popolarità. Artistico. E, perché no, di vendite.

Il carcere era quello ancor più tristemente famoso di San Quintino, il più duro della California e fra i più tosti di tutti gli States, ma Johnny era determinato a portare un’ora di divertimento e di svago all’interno di quelle mura cupe e grigie. Con questi fermi propositi Johnny oltrepassò il portone d’accesso del penitenziario insieme al resto del suo seguito che era rimasto invariato dall’anno precedente se non per un elemento, ovverosia per il chitarrista Bob Wootton che aveva preso il posto del povero Luther Perkins scomparso in un incendio l’anno prima.

Anche qui come nell’altro spettacolo ci fu una specie di brano guida, proposto addirittura ben due volte, la canzone si intitolava semplicemente "San Quentin", ma i pezzi che riscossero maggiormente l’approvazione di un pubblico di galeotti della peggior risma furono essenzialmente due brani nuovi. Il primo era una composizione di matrice country del grande Bob Dylan il cui titolo era "Wanted man" ("Ricercato"), vi lascio immaginare in quell’ambiente cosa potesse significare. Praticamente un inno. Il secondo era una nuova composizione di un autore che, fra le altre cose, scriveva anche vignette per Playboy, Shel Silverstein, ed era tutta a sfondo omosessuale, anche questo un bel tema da sviluppare in un penitenziario: "A boy named Sue" ("Un ragazzo di nome Susy").

Negli anni a seguire la sua popolarità continuò a mantenersi ad altissimi livelli anche se la qualità della sua produzione si abbassò un poco inflazionata dall’enorme quantità di album che uscivano sotto il suo nome. Però il rispetto che la sua figura di uomo e di musicista incuteva a colleghi e appassionati rimaneva immutato se non continuava a crescere.

Ogni tanto il vecchio leone dava la zampata con album al di sopra della media come "Johnny 99" del 1983 in cui reinterpretava con grande gusto alcune covers di grandi autori come il brano che dà il titolo al disco e "Highway patrolman" di Bruce Springsteen oppure "Joshua gone Barbados" di Jackson Browne supportato da uno stuolo di grandi sessionmen quali James Burton, Marty Stuart, Jerry Scheff, Hal Blaine, David Mansfield ed altri di uguale spessore.

Talvolta si riuniva con altri calibri del suo stampo per dar vita a lavori come "Class of ’55: Cash, Perkins, Orbison, Lewis" (1986) oppure con Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings per il progetto "Highwayman" (1985) in cui questi quattro grandi interpretavano, facendoli propri con le loro splendide voci, classici di Guy Clark ("Desperados waiting for the train"), di Bob Seger ("Against the wind"), del fondamentale Woody Guthrie ("Deportee (Plane wreck at Los Gatos)") e naturalmente del nostro Johnny Cash ("Big river").

Finché non si arrivò all’anno cruciale della rinascita artistica che coincise col suo passaggio dalla Columbia alla neonata etichetta indipendente American Recordings. Era il 1994. Per la American Recordings allora incidevano i Black Crowes, senza dubbio il miglior gruppo rock americano del momento con le radici ben piantate tra il rock’n’roll stradaiolo degli Stones e gli aromi sudisti degli Allman Brothers, una miscela fantastica che aveva partorito fino a quel momento due album favolosi ("Shake your moneymaker" (’90) e "The southern harmony and musical companion" (’92)) ed era in uscita il loro capolavoro "Amorica", la quintessenza del rock degli anni novanta, uno dei dischi più importanti degli ultimi vent’anni.

Sotto l’egida del boss della American Recordings, Rick Rubin, ecco che l’etichetta pubblica abbastanza a sorpresa il nuovo album di Johnny Cash.

Il disco si intitola semplicemente "American Recordings" e diventa immediatamente il portabandiera della label. E’ scarno, pacato, soltanto la voce scura e profonda del nostro accompagnata da una chitarra acustica appena accennata, ma possiede una forza interiore talmente dirompente che tutti gridano al miracolo al di là e al di qua dell’Atlantico. La critica rimane abbagliata da cotanto carisma, ma anche il pubblico gradisce ed il disco vende bene, è quel che si dice uno sleeper, vale a dire che le sue vendite sono lente ma costanti, incredibili a dirsi le canzoni riescono ad avere anche qualche passaggio radiofonico. Tanto ben di Dio si conclude con la vittoria da parte dell’album del Grammy Award come Miglior Album Folk del 1994.

D’altronde come restare indifferenti a brani che si chiamano "Delia’s gone" di cui il nostro è solo autore delle liriche, oppure a classici quali "Down there by the train" dell’immenso Tom Waits o canzoni dalla melodia superba come "Bird on a wire" composte da personaggi di spessore artistico notevolissimo come Leonard Cohen per non parlare di quella "Why me Lord" di Kris Kristofferson, vera e propria preghiera al Signore che il suo autore, scherzando sul fatto che Johnny l’ha sempre interpretata con la giusta intensità, una volta ha detto che il vero titolo sarebbe dovuto essere "Why me Cash".

Ecco quindi che l’uomo in nero ci scruta accigliato dalla splendida copertina del cd mentre il vento della prateria gli scompiglia i capelli. Ancora una volta ha vinto lui.

Passano appena due anni e il nuovo corso targato Rick Rubin dà ancora i suoi frutti.

Stavolta l’album è elettrico. Le sonorità sono meno folk ma più country, almeno in alcuni pezzi, la voce è sempre favolosa, baritonale, bassa, cavernosa, ma anche in grado di farci saltar su dalla sedia e farci venir voglia di sgambettare quando attacca un country’n’roll d’altri tempi come "Country boy". La band è di quelle da leccarsi i baffi, praticamente gli Heartbreakers senza batterista, sì avete capito bene, Tom Petty, voce, chitarre e un po’ di basso, il grande Mike Campbell alle soliste elettriche e acustiche, al basso, al mandolino al dobro e chi più ne ha più ne metta, Benmont Tench, un nome una garanzia, organo, piano e tastiere assortite. Dietro i tamburi siede Steve Ferrone per quasi tutto il disco tranne che in tre tracce in cui viene sostituito da Curt Bisquera.

Le canzoni sono più vivaci, la strumentazione elettrica dà più ritmo e più spessore al suono che però non perde nulla in pregnanza e profondità. Anche qui le covers la fanno da padrone e sono molto interessanti perché tutte molte lontane negli originali dalla musica di Johnny Cash. Ma evidentemente non lo sono nello spirito. E questo dimostra che una buona canzone country ed una buona canzone heavy metal oppure hard rock, o uno standard easy listening d’annata così come un brano rock’n’roll quanto punk sono tutti quanti musica. Buona musica.

Infatti Johnny "copre" alla grande tanto Beck ("Rowboat") quanto Tom Petty ("Southern accents"), si dà da fare in uno standard come "Memories are made of this" ed interpreta magistralmente un pezzo di Josh Haden ("Spiritual") in cui a suonare il basso troviamo Flea dei Red Hot Chili Peppers. Ma il culmine lo raggiunge in quella che secondo il sottoscritto rimane una delle "cover " più geniali della storia della nostra musica: "Rusty cage" scritta da Chris Cornell e tratta dal repertorio dei Soundgarden, quanto di più lontano dalla musica di Cash. Allora, per quanto la versione dell’uomo in nero sia musicalmente differente essa mantiene la stessa forza e lo stesso impeto che aveva l’interpretazione originale eseguita dal gruppo hard rock di Seattle. Andatevele a risentire e poi mi direte, non temo smentite.

Dopo "Unchained" purtroppo i problemi di salute costringono Cash a rallentare l’attività, bisogna attendere fino al 2000 per veder pubblicato un nuovo album frutto della redditizia collaborazione dell’uomo in nero col produttore Rick Rubin. "American III: Solitary man" ricalca la formula vincente del disco precedente in cui il nostro canta pezzi propri e reinterpreta con grandissimo gusto composizioni altrui anche di autori molto lontani dal suo range musicale. Si fa accompagnare da uno stuolo di artisti di grande caratura pur se talvolta, giova ripeterlo perché in questo sta la forza del disco, diversissimi tra loro. Si preferiscono le melodie acustiche, accompagnati da Norman Blake, Marty Stuart, Randy Scruggs, Larry Perkins e Mike Campbell alle chitarre, dal solito Benmont Tench al piano, organo e harmonium e dalle voci di June Carter Cash, Sheryl Crow, Merle Haggard e Will Oldham.

La salute minata di Johnny continua a destare sempre preoccupazione, i suoi ricoveri e le sue degenze in ospedale sono sempre più frequenti e più di una volta le notizie sul suo stato di salute sono allarmanti però il vecchio leone sa ancora ruggire e sul finire del 2002 dà alle stampe un altro album eccezionale.

"American IV: The man comes around" è un disco di grande pathos innanzitutto, qui più che in tutti gli altri la voce di Cash si impone, sovrasta, pur essendo, e lo si avverte chiaramente, provata, sofferente, forse per la prima volta davvero invecchiata, ma proprio per questo ancor più bella, di una bellezza rugosa, grave, profonda, di una bellezza divina che tutto può esprimere con la forza dell’Esperienza e della Saggezza di cui è interamente permeata.

I soliti pard accompagnano l’uomo in nero in questa sua ultima fatica permettendogli di rendere perfetti brani come la title-track o "Give my love to Rose" che sono farina del suo sacco, ma una volta ancora sono le covers a lasciare di stucco l’ascoltatore. L’interpretazione vocale che Johnny rilascia di "Bridge over troubled water" di Simon & Garfunkel è letteralmente da accapponare la pelle, per non parlare della mitica "Desperado" degli Eagles o di "In my life" dei quattro di Liverpool, questo solo per citare le più famose, ma dove veramente Johnny Cash dimostra di essere un grande interprete della musica dei nostri tempi è nel brano che, a mio parere, è il più affascinante dell’intero album: "Personal Jesus". Mai avrei pensato che una canzone dei Depeche Mode sarebbe potuta piacermi, se tutto ciò è accaduto il merito va alla sublime interpretazione del grande uomo in nero.

Il popolo del rock, più di quello tradizionalista e conservatore del country, lo ha sempre amato e dopo questi dischi decisamente rivoluzionari ha continuato ad amarlo ancora di più. Sempre più numerose sono le giovani band che lo nominano come una delle influenze primarie e molti sono gli artisti che gli dedicano dischi tributo o cover all’interno dei loro album in segno di riconoscenza.

Purtroppo la salute di Johnny continua a vacillare e per giunta nel maggio scorso viene a mancare anche l’adorata moglie June Carter. E’ un duro colpo per lui. Cerca di reagire buttandosi sul lavoro e giungono notizie che lo danno di nuovo in studio col produttore Rick Rubin, ma la sorte vuole che questo disco non faccia in tempo a finirlo.

La scomparsa di Johnny Cash è di un’importanza enorme nel panorama della musica moderna, con lui un altro pezzo della nostra cultura se ne va, però ci rimangono i suoi dischi, le sue canzoni e dovremo fare di tutto perché questo immenso patrimonio continui ad essere preservato e tramandato.

Johnny Cash se n’è andato, non ci regalerà più grandi dischi, né ci canterà le sue canzoni col suo vocione baritonale ed il mondo è di sicuro un po’ peggiore.

Johnny’s gone and I still miss someone.

Andrea Masiero

 

 

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