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Finardi Eugenio - Diesel

Questo album di circa 25 anni fa ritengo sia in assoluto uno dei migliori esempi di Rock italiano tanto per l’autenticità dell’artista e dei contenuti quanto per il lato puramente musicale ed esecutivo.

Il line-up è di tutto rispetto essendo affidato ai componenti del gruppo degli Area sicuramente responsabili di quella atmosfera vagamente jazz che si respira a pieni polmoni in gran parte dei solchi del disco.

Diesel è il terzo appuntamento discografico per Eugenio Finardi, dopo il successo della "sua" Musica Ribelle nell’album Sugo del 1976 che lo portò in breve tempo ad essere il rocker più amato della contestazione studentesca e da certi ambienti della sinistra giovanile.

L’album si apre con Tutto Subito, un forsennato Rock’n Roll elettrico dal testo quasi profetico, infatti dopo poco l’Italia sprofondò nell’abisso del vuoto materialismo degli anni ottanta.

La seguente Scuola è un piccolo gioiello dominato dal suono del pianoforte e dall’implacabile basso di Ares Tavolazzi il cui testo è un esplicito atto di accusa nei confronti di una istituzione all’epoca ridotta ad una farsa.

Altro episodio di rilievo è Giai Phong, celebrazione della vittoria dei viet-cong sull’imperialismo americano, sicuramente dal testo un po’ retorico ma sorretto nella sua esposizione da un ritmo simile ad un rullo compressore, particolarmente efficace nel sostenerne il significato; un pizzico di oriente completa il quadro.

Certo oggi in piena crisi di valori certe tematiche fanno quasi sorridere, sembrano sciocche e prive di ogni significato ma a quei tempi hanno prodotto risultati non indifferenti in un campo, quello artistico-musicale, al momento attuale asfittico e regolato soltanto dalle rigide leggi di mercato.

Particolarmente azzeccata e poetica nella sua carica di quotidianità è la title track Diesel con il suo incedere convulso e frenetico contrappuntato dal suono liquido del piano elettrico di Patrizio Fariselli che ne mette in evidenza l’anima jazz.

Chiude l’album Scimmia, cruda e agghiacciante storia di tossico dipendenza narrata con efficacia stupefacente, con un commento musicale perfetto nel descrivere lo stato d’animo nella sua drammaticità "………………..io non sto crescendo, mi brucio ma mi sto spegnendo" canta Finardi nel ritornello.

Comunque il punto più alto è la lunga Non Diventare Grande Mai, una sorta di saga dell’intelligenza dove l’invito ad usare il proprio cervello e la fantasia senza lasciarsi condizionare dai mezzi del potere è al centro dell’attenzione, il leit-motiv trainante.

Un brano musicalmente originale con quel suo incedere ossessivo, condito da sprazzi solistici di chitarra acustica notevolmente incisivi.

Basso e batteria fungono da frizzanti protagonisti e l’intervento di uno strumento insolito per il genere, lo xilofono, che produce sonorità liquide e rarefatte ci fa capire che negli anni settanta era ancora possibile osare.

 

Moreno Lenzi

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