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KHAN – SPACE SHANTY

Forse non molti conoscono questo gruppo né tanto meno il loro unico album uscito nel 1972 per l’etichetta Decca/Deram.

A quanto mi risulta, tra l’altro, Space Shanty al momento attuale è disponibile solamente in formato LP e per trovarlo è necessario fare il giro dei mercatini del disco da collezione non essendo stato ristampato neanche in vinile.

La sorte di molti album di quel periodo, il migliore per la musica Rock, gli anni della raggiunta maturità, è purtroppo quella di sparire nel limbo.

Soltanto un certosino lavoro di ricerca può far tornare alla luce opere di grande valore artistico altrimenti irrimediabilmente perse, affogate nel mare della mediocrità indotta conseguenza diretta di un industria discografica sempre più in preda all’isterismo da fatturato.

L’album dei Khan merita più di un attenzione se non altro per la presenza nel gruppo di due talentuosi musicisti, Steve Hillage alle chitarre e Dave Stewart alle tastiere, che qui hanno modo di concepire il loro capolavoro. Dopo l’intensa esperienza degli Egg, Dave Stewart incontra nel 1972 il vecchio amico, gia compagno di avventure "musicali" nel gruppo Uriel, il quale gli propone di entrare a far parte dei Khan e di incidere un album il cui materiale è già quasi pronto.

Verso la fine di Maggio dello stesso anno il disco viene pubblicato dalla Deram e vede la partecipazione di Nick Greenwood al basso e di Eric Peachey alla batteria.

L’album si apre con Space Shanty ed è subito magia. Un inizio quasi in sordina, con chitarra e tastiere che espongono i loro punti di vista sul tema principale, prelude a improvvisi cambi di umore pilotati da soluzioni ritmiche veloci ed incalzanti.

Sorretti da solide fondamenta si stagliano all’orizzonte bizzarri edifici sonori dall’estetica vagamente esotica. Segue Stranded caratterizzata da un atmosfera sospesa ed impalpabile e da un canto accorato, quasi una supplica, una preghiera, che ben presto viene inghiottito da un caleidoscopico multicromatismo di suoni e note deliziosamente tratteggiato dalle liquide tastiere di Stewart e dai soli alla sei corde di uno Steve Hillage che si esprime ai massimi livelli.

Con la successiva Mixed Up Man Of The Mountain il gruppo ci trasporta in quel di Canterbury con sonorità che si avvalgono di un dinamismo prorompente, soluzioni che saranno successivamente riprese dai Camel nel loro capolavoro Rain Dance.

I gorgheggi delle tastiere che qui sembrano suonate da David Sinclair, un po’ freak e psichedeliche, si spengono lentamente per lasciare il posto ad un agile jazzismo interpretato alla perfezione dai quattro musicisti qui particolarmente ispirati. E’ ancora Canterbury a farla da padrone in Drawing To Amsterdam, dove il jazz viene "trasfigurato" ed arricchito da mille colori e pazzie sonore un po’ sullo stile Caravan, mantenendo comunque, Hillage e compagni, una personale musicalità, decisa ed originale.

E non poteva essere altrimenti, l’affiatamento e l’intesa tra Steve Hillage e Dave Stewart va oltre la perfezione tanto che i due si possono permettere il lusso di cimentarsi in brani dall’architettura compositiva assai complessa ed articolata, come nella migliore tradizione Progressive.

L’introduzione di Stargazer ci ricorda i migliori King Crimson anche se ben presto il brano sconfina nella genialoide pazzia espressiva e nel "freakettismo" tipico dei Gong, gruppo anglo/francese dove Hillage approderà successivamente. Dominata da un pregevole ritmo sincopato la song si arricchisce di un solo alla chitarra di Steve Hillage bellissimo, da brivido e da manuale allo stesso tempo.

L’album si chiude in bellezza con Hollow Stone, epica song sorretta da una musica surreale che sembra provenire dallo spazio infinito.

Sospesa tra lo smarrimento cosmico alla Van Der Graaf Generator e la migliore tradizione melodica inglese, Hollow Stone rappresenta l’episodio migliore di un album eccellente che definire capolavoro è impresa fin troppo facile.

Moreno Lenzi

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KHAN – SPACE SHANTY